Crisi di Governo spiegata da un impallinato di politica

Dopo la richiesta di un nuovo Governo da parte di Renzi, si apre ufficialmente una Crisi di Governo. Per noi impallinati di politica, quel che accadrà è abbastanza chiaro, ma mi rendo conto che non tutti si interessano alle procedure repubblicane ed è facile perdersi nella selva di regole, prassi, usi e dettati costituzionali. Non esprimerò giudizi su quanto sta accadendo, mi limito semplicemente a descrivere, nella maniera più semplice possibile, i prossimi passi e i possibili scenari.

Le dimissioni sono legittime?

Quando parliamo della Repubblica, ricordiamo sempre come è nata

Quando parliamo della Repubblica, ricordiamo sempre come è nata

Con la richiesta della Direzione Nazionale del Partito Democratico (il più importante organo collegiale del Partito), Enrico Letta ha deciso di rassegnare le sue dimissioni. Punto primo: non era tenuto da nessuna norma a farlo. Quella di rimettere il suo mandato nelle mani del Presidente della Repubblica stata una sua libera scelta. Una volta accettate dal Presidente, il Governo è dimissionario e non è necessario che il Parlamento voti la fiducia.

La Costituzione della Repubblica, infatti, norma la formazione dei Governi, ma non loro dissoluzione.

Gli articoli di riferimento sono il 92, il 93 ed il 94. Quello che qui interessa è il 94 che recita:

“Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.”

Come si vede, non c’è scritto che il Governo, per terminare il suo mandato, deve essere sfiduciato dal Parlamento.

È nel diritto di Enrico Letta presentare le proprie dimissioni, come lo è per qualunque cittadino che decidesse di interrompere il suo contratto di lavoro. Certamente il ruolo e il prestigio della posizione rendono le dimissioni un atto molto significativo, ma nessuno, né il Parlamento, né il Presidente della Repubblica, può obbligare chicchessia a continuare un incarico contro la sua volontà.

Le motivazioni ufficiali delle dimissioni, sono state rese note dagli uffici del Presidente della Repubblica e sono le seguenti:

Esse (le dimissioni, ndr) conseguono necessariamente al deliberato assunto ieri – in forma pubblica e con l’espresso consenso dei Presidenti dei rispettivi gruppi parlamentari – dalla Direzione del Partito Democratico a favore di un mutamento della compagine governativa. Essendogli così venuto meno il determinante sostegno della principale componente della maggioranza di governo, il Presidente del Consiglio ritiene che a questo punto un formale passaggio parlamentare non potrebbe offrire elementi tali da indurlo a soprassedere dalle dimissioni, anche perché egli non sarebbe comunque disponibile a presiedere governi sostenuti da ipotetiche maggioranze diverse.

Il Presidente della Repubblica ha ritenuto inutile chiedere al Parlamento un voto palese per formalizzare la sfiducia delle Camere nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Pertanto, le dimissioni sono pienamente legittime e non è vero che il Governo deve essere esplicitamente sfiduciato dal Parlamento. Anzi, a dirla tutta, nella storia Repubblicana italiana ciò è avvenuto per 2 volte, entrambe mentre era Presidente del Consiglio Romano Prodi

Renzi è già Presidente del Consiglio?

La risposta breve è: no.

La risposta lunga, è che l’incarico di formare un Governo viene conferito dal Presidente della Repubblica, ai sensi dell’articolo 92 della Costituzione:

“Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”

In questo momento, nessuno ha ancora l’incarico perché si devono svolgere quelle che vengono chiamate “consultazioni”. Esse sono dei colloqui che il Presidente della Repubblica ha con delle personalità ritenute rilevanti. Non sono espressamente richieste dalla Costituzione, ma la prassi e il galateo istituzionale le prevedono. Di norma, vengono sentiti i Presidenti delle due Camere, gli ex Presidenti della Repubblica, le delegazioni dei partiti rappresentati in Parlamento.

Non essendo previste dalla Legge, le consultazioni potrebbero essere omesse, ma sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica; evento, questo, che allungherebbe l’elenco delle eccezioni al galateo istituzionale aperto con la rielezione del Presidente della Repubblica (anch’essa legittima, ma mai avvenuta prima).

Una volta che si sono svolte le consultazioni, il Presidente della Repubblica affida l’incarico di formare un Governo alla personalità che egli ritiene possa avere la fiducia delle Camere. L’incarico può essere esplorativo, quando le consultazioni non hanno dato un esito chiaro o pieno, quando il Presidente ha avuto delle indicazioni precise.
Presumibilmente, questa volta, toccherà a Matteo Renzi, neo segretario del partito di maggioranza relativa in entrambe le Camere.

Una volta che il Presidente conferisce l’incarico, tuttavia, ancora non siamo arrivati ad avere un Presidente del Consiglio. Infatti, sempre per prassi Costituzionale, l’incaricato accetta con riserva e svolge delle consultazioni per redigere la lista dei Ministri che, secondo l’articolo 92 della Costituzione, sono nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Una volta svolte anche queste consultazioni, il Presidente conferisce l’incarico vero e proprio emanando dei decreti presidenziali: quello di nomina del Presidente del Consiglio, quello di nomina dei Ministri e quello di accettazione delle dimissioni del precedente Governo.

Solo in questo momento Matteo Renzi sarà Presidente del Consiglio.

Si fa un gran parlare di lui come capo del Governo, in quanto, come accennato sopra, segretario del partito di maggioranza relativa. Risulta difficile immaginare che qualcun altro possa prendere il suo posto ma, in via del tutto teorica, questo è possibile.

Una volta accettato l’incarico, il Presidente del Consiglio e i Ministri prestano giuramento e, entro 10 giorni si presentano alle Camere per ottenere la fiducia (come da art. 94, riportato più sopra). Se il Governo non dovesse ottenere la fiducia, si ricomincia da capo o, in alternativa, il Presidente della Repubblica scioglie le Camere e indice nuove elezioni.

A proposito:

Perché non si va subito a nuove elezioni?

Il Presidente della Repubblica, titolare esclusivo del  diritto di sciogliere le Camere

Il Presidente della Repubblica, titolare esclusivo del diritto di sciogliere le Camere

Non si va a nuove elezioni perché è potere del Presidente della Repubblica sciogliere le Camere e questa è una scelta che spetta solo ed esclusivamente a lui, sentiti i Presidenti delle Camere (articolo 88 della Costituzione). Il Presidente ha già dichiarato che non procederà allo scioglimento, pertanto si andrà avanti con le Consultazioni.

È ragionevole supporre che, in caso non si riuscisse a formare un Governo, il Presidente procederebbe con lo scioglimento delle Camere e con l’indizione di nuove elezioni.

La bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge elettorale è un fatto grave, certamente, ma la stessa Corte ha dichiarato legittimo il Parlamento, pertanto è falso che sia un Parlamento incostituzionale ed è falso anche che non si possa andare a votare perché non c’è una legge elettorale. La corte ha, infatti, bocciato alcuni aspetti della Legge elettorale, ma ha lasciato in vigore il testo modificato.

Renzi non è parlamentare, può fare il Presidente del Consiglio?

Si. A norma dell’articolo 92 della Costituzione, il Presidente del Consiglio è scelto dal Presidente della Repubblica. La legge non prevede limitazioni su chi possa svolgere l’incarico.

In ogni caso, il primo Presidente del Consiglio non parlamentare fu Carlo Azeglio Ciampi, nel 1993.

#coglionino: perché la creatività aiuta a vivere meglio

Segnaletica metropolitana New York, anche questa è creatività

Segnaletica metropolitana New York, anche questa è creatività

In questi giorni, discutendo con Silvia, è venuto fuori un aspetto della faccenda di #coglioniNO che mi pare che sia stato sottovalutato. Per questo le ho chiesto di scrivere un post, che ritengo molto interessante e che riporto, con gratitudine, qui di seguito:

In questi giorni c’è una discussione che rimbalza tra i post di amici e conoscenti sul video #coglionino.

Che il video abbia un sottotetto promozionale, siamo tutti d’accordo, così come siamo d’accordo che abbia interpretato in maniera molto furba un malessere di categoria assai diffuso.

Vero è che chi fa un “mestiere creativo” più volte si è trovato  in situazioni analoghe, ed il malessere diffuso può essere assai comprensibile. Clients form hell può dare qualche idea.

C’è poi da dire che in questo particolare momento storico in Italia il malessere non è di categoria, ma generazionale: non si sa bene perché chi si inserisce nel mondo del lavoro, in svariati ambiti, debba avere il privilegio di fare volontariato.

Siamo tutti molto nobili d’animo, sicuramente, ma forse la vocazione al mantenimento del parco auto aziendali della dirigenza non ce l’eravamo immaginata come opera pia di carità.
Questo però è un altro discorso, che andrebbe affrontato con meno superficialità, da persone sicuramente più competenti della sottoscritta. Perché io di mestiere faccio un lavoro “creativo” e la cosa che più mi ha turbato della bagarre di questi giorni è l’accanimento contro chi ha scelto la creatività e la progettualità come mestiere.

Prendo spunto da uno dei vari pezzi pubblicati in tal senso per articolare il mio pensiero.

Il presupposto di base di tutto l’articolo è che il creativo sia un fighetto figlio di papà che ha fatto la scuola privata pensando di poter fare il fancazzista artistoide strapagato campando di disegnetti.

Ecco, io ho studiato al politecnico di milano, università pubblica con borse di studio per merito, che mi ha permesso di laurearmi senza spendere un capitale.

Al politecnico si cresce all’ombra dei grandi nomi del design italiano, persone come Bruno Munari, che avevano della creatività e della progettazione un’idea ben diversa rispetto a quello che ne esce nei post più o meno superficiali di questi giorni.

L’idea che accompagnava il lavoro di questi signori, signori veri, e che cerco di tenere sempre bene a mente, è l’utilità sociale della progettazione, la possibilità di rendere più facile la vita delle persone con segnaletiche leggibili e usabili, packaging comprensibili, collane editoriali belle e fruibili, ma alla portata di tutti. Un’intenzione nobile, vissuta con umiltà e senso del dovere nei confronti della società civile per cui stavano lavorando.

Io ho avuto la fortuna di conoscerne uno, ai tempi dell’università: Bob Noorda, autore delle segnaletiche metropolitane di mezzo mondo, che veniva a farci revisione sempre col sorriso sulle labbra, cercando un dialogo costruttivo e mai impositivo rispetto ai nostri progetti acerbi e sicuramente non con l’atteggiamento trombone di certi post che si leggono in giro.

Oggi io progetto interfacce digitali, proprio quelle di cui si servono ai tromboni di cui sopra per pubblicare i loro articoli infuocati.

il mio è un mestiere “creativo”, ma non credo di dover dimostrare il mio merito, e quindi il mio diritto ad una retribuzione, con idee eclatanti e “virali”. Mi basta il fatto che loro pubblichino i loro articoli: il mio mestiere l’ho fatto bene, anche se loro non se ne sono accorti, e pensano che dovrei campare di volontariato e “idee geniali”.

Il manifesto delle possibilità

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Da circa un anno, chi mi conosce, vede che mi occupo assiduamente e attivamente del PD. Per qualcuno incomprensibilmente, per altri con sprezzo del pericolo, per altri non saprei. Oggi, finalmente, è arrivato il momento di condividere con voi alcune riflessioni.

Da sempre ho cercato di capire il mondo che mi circondava, crescendo in un periodo storico dominato da una sola persona, dalla morte delle ideologie, dal culto della personalità. Eppure, i valori che ho sempre fatto miei sono chiari e identificabili in tre parole, assieme, rivoluzionarie: libertà, uguaglianza, fratellanza.

Forse suonerà retorico (non faccio mistero di amare particolarmente l’enfasi e l’iperbole), però per la prima volta da che ho coscienza politica – momento che risale ai tornado che bombardavano l’Iraq nell’operazione Desert Storm, credo – ho intravisto una proposta politica che cerca di includere le tre parole di cui sopra in un progetto per rinnovare questo Paese. Nel mezzo di una crisi economica senza fine, con il depauperamento delle ricchezze accumulate da chi c’è stato prima di noi, nel mezzo di un processo di globalizzazione dei processi produttivi e economici che va avanti da molti anni e che sta drammaticamente mostrando la corda del tessuto industriale in cui viviamo, ecco, ho ritenuto giusto smettere di lamentarmi e cercare di sostenere attivamente un’idea. Perché, come diceva un mio molto più illustre omonimo (e riportato a pagina 2 del documento che state per leggere):

“La guerra ha distolto gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento” (Giaime Pintor – lettera al fratello Luigi)

Ecco, noi non siamo in guerra, ma la neutralità e l’isolamento ci porteranno alla catastrofe perché i pericoli sono gli stessi di allora: impoverimento economico e culturale.

In questo contesto, ho deciso di scegliere il progetto di Giuseppe Civati per ricostruire quello che mi piacerebbe essere la sinistra e ho deciso di unirmi alle migliaia di persone che prestano il loro aiuto per realizzare questo progetto. Vi chiedo di venire con noi, possiamo davvero rendere migliore questo paese, ma vi avverto: non sarà una passeggiata, ci sarà da lottare duramente. Ma intanto incamminiamoci. Prendetevi mezz’ora e leggete queste 14 pagine, poi deciderete: avete tempo fino all’8 dicembre.

Milan l’è un grand Milan

Ho 30 anni e sono a Milano dal 2002, me ne sono andato dalla mia terra, la Sardegna, a poco meno di 19 anni, per studiare, dopodiché mi ci sono fermato.

Per molti anni Milano non è stata accogliente, ma con un po’ di pazienza e tanta voglia di superare le difficoltà, mi ci sono adattato e ora mi sento un po’ parte di questa città che vorrebbe (dovrebbe?) essere una città dal respiro europeo e forse, dopotutto, già lo è.

Milano è stata per anni la capitale degli affari, una porta verso l’Europa e Capoluogo della Regione più ricca e prospera d’Italia. Non senza una punta d’orgoglio leggo spesso in giro che la Lombardia non ha nulla da invidiare alla Baviera, in termini di ricchezza prodotta e capacità di fare impresa. Eppure, Milano è una città vecchia, specchio di una Nazione che caccia i suoi talenti (e, a dire il vero, anche quelli che proprio talenti di prima grandezza non sono) e che perde in maniera preoccupante la sua capacità di rinnovarsi e di innovare.

La politica, come sempre, dovrebbe occuparsi del problema. Come far sì che Milano diventi una città attrattiva nel mondo? Come far sì che un trentenne decida, volontariamente e non perché costretto, di andare a vivere a Milano? Se si chiede ad un ragazzo italiano (lo dico meglio, nel campione rappresentato dalle mie conoscenze; sempre meglio non generalizzare) dove si immagina una vita prospera e felice, Milano non è nelle prime 5 città nominate.

Ragionevolmente Londra sarebbe al primo posto, seguita a rotazione da Parigi, Berlino, New York, San Francisco. Qualche anno fa Madrid e Barcellona attiravano orde di italiani, richiamati dalla movida e dalla possibilità di trovare un lavoro pagato dignitosamente. Ma Milano difficilmente veniva considerata un luogo dove fermarsi. Eppure, per decenni, Milano è stata considerata la capitale della moda e del design con una cintura suburbana profondamente laboriosa e operaia.

Un giorno, una persona a me molto cara, mi ha detto che le città vive, sono quelle in mano ai giovani; ora, non vorrei fare una crociata giovanilistica, visto che già è molto in voga, ma credo che, con alcune spiegazioni, questa affermazione sia profondamente vera.

Un primo aspetto che tengo a sottolineare è che, nel tempo dell’economia della conoscenza, è ragionevole supporre che la città dovrebbe attrarre i migliori talenti nel campo dei servizi avanzati che, quindi, richiedono studi avanzati e competenze di un certo tipo. Ma queste competenze, quand’anche ci sono, in Italia non vengono valorizzate. Per fare un esempio, una persona con una laurea specialistica in università anche prestigiose, a trent’anni è considerato poco più che un ragazzino, mentre magari ha un’esperienza pluriennale in campi anche piuttosto complessi. Con queste premesse è difficile che chi è ambizioso si sforzi di restare a meno che non decida di rischiare in un’impresa, ma non tutti sono e possono essere imprenditori.

Un secondo aspetto è legato ai servizi accessori che la città può offrire. Persone con alta formazione richiedono servizi di svago avanzati come cinema, teatri, mostre, luoghi di aggregazione, ma pure servizi alla persona di livello adeguato come asili, scuole dell’infanzia, assistenza sanitaria di prim’ordine e, possibilmente, con liste d’attesa limitate. Tutti servizi che, ovviamente, costano cari, ma che possono essere offerti con le adeguate economie di scala oltre che con un’attenta analisi dei bisogni. Se dal punto di vista dei servizi di svago Milano ha sicuramente una buona base (si potrebbe fare qualcosa, forse, per rivitalizzare i parchi e renderli un vero punto di ritrovo cittadino per esempio), sui servizi alla persona, il lavoro è lungo. Bisogna cominciare a considerare gli asili nido e le scuole dell’infanzia non come un lusso per ricchi, ma come una necessità per la classe media che non può permettersi di perdere una fonte di reddito per accudire il bambino (oltre al fatto che gli asili e le scuole materne stimolano la capacità di relazione del bambino, ma questo è secondario).

Un terzo aspetto che vorrei sottolineare è legato alla bellezza. Milano è una vecchia signora che custodisce gelosamente i suoi segreti, mentre il suo centro storico non ha nulla da invidiare a tante città nel mondo. Certo, non ci saranno i Fori Imperiali, ma l’area che va da Piazza San Babila fino a Brera è di una bellezza mozzafiato. L’area dei Navigli, se adeguatamente curata può rappresentare un altro polo della bellezza cittadina. E i parchi, da valorizzare e far vivere. E le aree universitarie, come la meravigliosa Università Statale di Via Festa del Perdono o l’area di Città Studi, con quell’enorme Piazza Leonardo da Vinci, il quartiere Isola o il Cenacolo e la Pietà Rondanini o la piccola perla di Santa Maria presso San Satiro, a due passi dal Duomo, solo per fare qualche esempio. Compito di un’amministrazione che volesse attirare turisti, lavoratori, ricchezza, dovrebbe essere quello di valorizzare le bellezze e far vivere la città; evitare che lavorino solo le aree della “movida” e con un solo modello di business che è quello della musica ad alto volume con i drink (in bicchieri di plastica, perché boh…).

Credo che si dovrebbero rivitalizzare le piazze, con artisti di strada, mostre, bancarelle, musica di strada e non necessariamente concerti a pagamento. Credo, insomma, che si dovrebbe sviluppare il concetto di “cultura diffusa”, anche tentando di promuovere la storia di Milano, hub italiano dei traffici transalpini (come mi ha spiegato un amico architetto e grande amante della montagna), medaglia d’oro della Resistenza, laboratorio economico e crogiuolo di facce.

Per fare un paragone azzardato, mi piace l’idea di Milano come la “New York italiana”. Una città che non ha paura di reinventarsi, rinnovarsi profondamente, che non ha paura del diverso e dell’altro da se, ma dove le culture convivono in armonia perché tanto, alla fine, l’obiettivo di tutti noi è uno soltanto ed è sempre lo stesso: sbarcare il lunario, in maniera più semplice e divertente possibile.

Ecco, io credo che ognuno di questi tasselli possa rendere Milano attraente per chiunque e aiutare questa città a risvegliarsi e diventare nuovamente il riferimento mondiale per tanti e locomotiva per la ripresa economica e sociale del nostro Paese.

Digital divide

Ecco un estratto da google flu trends, uno dei millemila servizi di Google. Questo servizio, in particolare, analizza la diffusione dell’influenza tramite le ricerche degli utenti (non è una cazzata, nel 2009 hanno pubblicato pure un articolo su Nature, dice Luca Sofri su IL).

L’Italia, ovviamente, non è mappata, ma guardate chi è in nostra compagnia…

Non ho parole. A volte mi chiedo come diavolo facciamo ad essere tra le 10 nazioni più ricche al mondo. Temo non durerà.

flu trendsEdit: l’immagine viene da qui.

Comunicazione da quattro soldi, ovvero perché la rete ha impedito a Marini di diventare Presidente e Prodi sarà il nostro Presidente della Repubblica.

Pubblico qui un commento che ho lasciato in un post di Luca Sofri, sul suo blog Wittgenstein. Il post è questo.

il commento è questo:

Io credo che la bolla sia sempre più ampia, il che non è necessariamente né bene, né male. E’ possibile che tutta la frenesia percepita sui social network sia una sorta di bulimia da informazione e partecipazione e il gioco difficile è navigare in questo mare magnum e non restarne prigionieri.
Ecco, credo che l’establishment del PD sia stato travolto dalla piena di un nome che non rispondeva al sentire comune. E non è una novità che la maggioranza degli elettori non voglia più avere nulla a che fare con vecchie logiche (do you know PD e PD-L?). Per cui è abbastanza ragionevole supporre che una candidatura come quella di Marini, sopravvissuto degnissimo di una stagione politica che oramai esiste solo dentro i palazzi (quanti sono gli ottantenni che partecipano attivamente alla vita pubblica?), venga silurata da chi vede nel perpetuarsi di nomi che non dicono nulla, che non evocano nulla. Mi chiedo: per ignoranza? Si, anche, ma Prodi qualunque trentenne e oltre sa chi è. Marini è un vecchietto con la pipa e basta. Colpa nostra? Certo, ma la Politica si fa con le carte che passa il mazziere, non con quelle che hai avuto o che sogni. Altrimenti, si chiama barare. O meglio, altrimenti c’è il rischio che così venga percepito l’accordo.

Perché Rodotà ha funzionato? Perché si è speso negli ultimi anni a favore dei referendum, contro l’eleggibilità di Berlusconi, ha dialogato con le persone. E’, quindi, una persona popolare nella cerchia di chi ha interesse verso la politica.
Per lo stesso motivo, credo, potrebbe funzionare Prodi. Sicuramente lui sarà più polarizzante rispetto a Rodotà, con un profilo molto più di parte (non che Rodotà non lo sia), ma capace di ricompattare una base che chiedeva di essere ascoltata. Non lo sarà neanche questa volta (credo che la base PD si aspettasse appoggio a Rodotà, dopo tutto), ma meglio di così, dentro il PD, non lo accetterebbero. Il perché non lo so, Gilioli in un post di oggi sostiene che sia la vecchia politica, per me è solo l’umano orgoglio, ma poco importa. Dobbiamo solo capire una cosa, e cioè: Prodi, può essere una buona mediazione? Se si porta dietro il Movimento 5 Stelle, credo di si. Anzi, di più: sarebbe un’eccellente mediazione. Se non se lo porta dietro, sarà un altro Napolitano, ancora più polarizzante, anche se Prodi è una persona con un altissimo senso delle istituzioni che, credo, non abuserebbe della sua posizione.

Tutto questo per dire cosa? Che Internet ha un suo ruolo, certo, ma non è quello di scatenare pruriginose cacce all’uomo (anche se gli haters sono tanti e si fanno sentire), quanto il ruolo di organizzare e diffondere bidirezionalmente un messaggio che può essere colto, indirizzato verso un esito, elaborato e mediato. Internet è un mezzo quindi. Non un fine. E quanto più influente diventerà, tanto più difficile sarà relazionarsi con chi sta dall’altra parte. Ma non si può prendere un’altra strada. Non ci sono alternative.

In sostanza, per concludere. Credo che la premessa sia sbagliata: la rete è sicuramente sopravvalutata per la sua narrazione come mezzo di liberazione, quindi è fuorviante chiederselo, ma è corretta la conclusione. Senza Internet, Franco Marini sarebbe stato verosimilmente Presidente. Quel che sta in mezzo, è che la partecipazione politica ha nuove strade e molte di queste passano per la rete.

PS del 21 aprile: Il fatto che il Partito Democratico sia una banda di matti e, forse, pure in malafede, evidentemente non era previsto nel mio ragionamento. Quel che è successo, non me lo sarei potuto immaginare neanche nel peggiore degli incubi.
Alla fine, per usare un’espressione logora e abusata, il nostro gattopardismo italico, con la rielezione di Napolitano, ha raggiunto vette inenarrabili.

La butto là: come gesto di distensione, Napolitano potrebbe dare l’incarico a Rodotà; ma questo è l’ennesimo sogno che non si realizzerà.

La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile

Sotto, riporto alcune mail (ho tolto i riferimenti personali, per motivi di privacy) che ho ricevuto all’interno di una mailing list a cui sono iscritto da tempo e che non ho mai disdetto. D’accordo che i giornali scrivono quello che vogliono, ma è anche vero che certi nomi non sono mai stati smentiti da nessuno. Però è anche vero che è opinione diffusa che Rodotà, il PD, non lo voterà. E, francamente, non capisco perché, benché anche io ho questo timore. Spero di sbagliare.

Abbiamo bisogno di rinnovamento, di speranze nuove e di poter credere che gli interessi di bottega non sono la preoccupazione principale.

Abbiamo bisogno di credere in qualcosa di positivo, non solo che il più pulito in Parlamento ha la rogna.

Abbiamo bisogno di riconciliarci l’uno con l’altro e un Presidente della Repubblica veramente terzo può essere la soluzione.

A me non importa se Rodotà è stato scelto da Grillo, da 2 militanti in croce o da 50.000 persone con una procedura on-line. Rodotà è una persona degna, preparata, integerrima. Per due mesi si è chiesto a Grillo un nome. L’ha fatto. Ora dimostriamo che si può dialogare. Che non era solo un bluff.

Ecco le mail:

“Penso che il Pd non voterà Rodotà,se così fosse sarebbe l’inizio di un cambiamentoche francamente non noto.”

“Il PD a furia di mazzate sulle palle si è incattivito, abbracciando la destra. Lasciamolo al suo destino, ciò che conta è che sia chiara a tutti la sua vera natura. Rodotà è la sua ultima occasione ed è prevedibile che la sprecherà.”
“Notizia di poco fa.
Marini, D’Alema e Amato… Dopo vent’anni di Berlusconi questo è il meglio che il PD sa esprimere. Non fini giuristi esperti della Costituzione (come Rodotà o Zagrebelsky), ma mediatori politici (e salvacondotto per l’incolumità del priapo di Arcore) che poco o nulla faranno per garantirne il reale rispetto, al pari del loro predecessore.
La conservazione più bieca, insomma, altro che cambiamento!”