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Crisi di Governo spiegata da un impallinato di politica

Dopo la richiesta di un nuovo Governo da parte di Renzi, si apre ufficialmente una Crisi di Governo. Per noi impallinati di politica, quel che accadrà è abbastanza chiaro, ma mi rendo conto che non tutti si interessano alle procedure repubblicane ed è facile perdersi nella selva di regole, prassi, usi e dettati costituzionali. Non esprimerò giudizi su quanto sta accadendo, mi limito semplicemente a descrivere, nella maniera più semplice possibile, i prossimi passi e i possibili scenari.

Le dimissioni sono legittime?

Quando parliamo della Repubblica, ricordiamo sempre come è nata

Quando parliamo della Repubblica, ricordiamo sempre come è nata

Con la richiesta della Direzione Nazionale del Partito Democratico (il più importante organo collegiale del Partito), Enrico Letta ha deciso di rassegnare le sue dimissioni. Punto primo: non era tenuto da nessuna norma a farlo. Quella di rimettere il suo mandato nelle mani del Presidente della Repubblica stata una sua libera scelta. Una volta accettate dal Presidente, il Governo è dimissionario e non è necessario che il Parlamento voti la fiducia.

La Costituzione della Repubblica, infatti, norma la formazione dei Governi, ma non loro dissoluzione.

Gli articoli di riferimento sono il 92, il 93 ed il 94. Quello che qui interessa è il 94 che recita:

“Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.”

Come si vede, non c’è scritto che il Governo, per terminare il suo mandato, deve essere sfiduciato dal Parlamento.

È nel diritto di Enrico Letta presentare le proprie dimissioni, come lo è per qualunque cittadino che decidesse di interrompere il suo contratto di lavoro. Certamente il ruolo e il prestigio della posizione rendono le dimissioni un atto molto significativo, ma nessuno, né il Parlamento, né il Presidente della Repubblica, può obbligare chicchessia a continuare un incarico contro la sua volontà.

Le motivazioni ufficiali delle dimissioni, sono state rese note dagli uffici del Presidente della Repubblica e sono le seguenti:

Esse (le dimissioni, ndr) conseguono necessariamente al deliberato assunto ieri – in forma pubblica e con l’espresso consenso dei Presidenti dei rispettivi gruppi parlamentari – dalla Direzione del Partito Democratico a favore di un mutamento della compagine governativa. Essendogli così venuto meno il determinante sostegno della principale componente della maggioranza di governo, il Presidente del Consiglio ritiene che a questo punto un formale passaggio parlamentare non potrebbe offrire elementi tali da indurlo a soprassedere dalle dimissioni, anche perché egli non sarebbe comunque disponibile a presiedere governi sostenuti da ipotetiche maggioranze diverse.

Il Presidente della Repubblica ha ritenuto inutile chiedere al Parlamento un voto palese per formalizzare la sfiducia delle Camere nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Pertanto, le dimissioni sono pienamente legittime e non è vero che il Governo deve essere esplicitamente sfiduciato dal Parlamento. Anzi, a dirla tutta, nella storia Repubblicana italiana ciò è avvenuto per 2 volte, entrambe mentre era Presidente del Consiglio Romano Prodi

Renzi è già Presidente del Consiglio?

La risposta breve è: no.

La risposta lunga, è che l’incarico di formare un Governo viene conferito dal Presidente della Repubblica, ai sensi dell’articolo 92 della Costituzione:

“Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”

In questo momento, nessuno ha ancora l’incarico perché si devono svolgere quelle che vengono chiamate “consultazioni”. Esse sono dei colloqui che il Presidente della Repubblica ha con delle personalità ritenute rilevanti. Non sono espressamente richieste dalla Costituzione, ma la prassi e il galateo istituzionale le prevedono. Di norma, vengono sentiti i Presidenti delle due Camere, gli ex Presidenti della Repubblica, le delegazioni dei partiti rappresentati in Parlamento.

Non essendo previste dalla Legge, le consultazioni potrebbero essere omesse, ma sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica; evento, questo, che allungherebbe l’elenco delle eccezioni al galateo istituzionale aperto con la rielezione del Presidente della Repubblica (anch’essa legittima, ma mai avvenuta prima).

Una volta che si sono svolte le consultazioni, il Presidente della Repubblica affida l’incarico di formare un Governo alla personalità che egli ritiene possa avere la fiducia delle Camere. L’incarico può essere esplorativo, quando le consultazioni non hanno dato un esito chiaro o pieno, quando il Presidente ha avuto delle indicazioni precise.
Presumibilmente, questa volta, toccherà a Matteo Renzi, neo segretario del partito di maggioranza relativa in entrambe le Camere.

Una volta che il Presidente conferisce l’incarico, tuttavia, ancora non siamo arrivati ad avere un Presidente del Consiglio. Infatti, sempre per prassi Costituzionale, l’incaricato accetta con riserva e svolge delle consultazioni per redigere la lista dei Ministri che, secondo l’articolo 92 della Costituzione, sono nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Una volta svolte anche queste consultazioni, il Presidente conferisce l’incarico vero e proprio emanando dei decreti presidenziali: quello di nomina del Presidente del Consiglio, quello di nomina dei Ministri e quello di accettazione delle dimissioni del precedente Governo.

Solo in questo momento Matteo Renzi sarà Presidente del Consiglio.

Si fa un gran parlare di lui come capo del Governo, in quanto, come accennato sopra, segretario del partito di maggioranza relativa. Risulta difficile immaginare che qualcun altro possa prendere il suo posto ma, in via del tutto teorica, questo è possibile.

Una volta accettato l’incarico, il Presidente del Consiglio e i Ministri prestano giuramento e, entro 10 giorni si presentano alle Camere per ottenere la fiducia (come da art. 94, riportato più sopra). Se il Governo non dovesse ottenere la fiducia, si ricomincia da capo o, in alternativa, il Presidente della Repubblica scioglie le Camere e indice nuove elezioni.

A proposito:

Perché non si va subito a nuove elezioni?

Il Presidente della Repubblica, titolare esclusivo del  diritto di sciogliere le Camere

Il Presidente della Repubblica, titolare esclusivo del diritto di sciogliere le Camere

Non si va a nuove elezioni perché è potere del Presidente della Repubblica sciogliere le Camere e questa è una scelta che spetta solo ed esclusivamente a lui, sentiti i Presidenti delle Camere (articolo 88 della Costituzione). Il Presidente ha già dichiarato che non procederà allo scioglimento, pertanto si andrà avanti con le Consultazioni.

È ragionevole supporre che, in caso non si riuscisse a formare un Governo, il Presidente procederebbe con lo scioglimento delle Camere e con l’indizione di nuove elezioni.

La bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge elettorale è un fatto grave, certamente, ma la stessa Corte ha dichiarato legittimo il Parlamento, pertanto è falso che sia un Parlamento incostituzionale ed è falso anche che non si possa andare a votare perché non c’è una legge elettorale. La corte ha, infatti, bocciato alcuni aspetti della Legge elettorale, ma ha lasciato in vigore il testo modificato.

Renzi non è parlamentare, può fare il Presidente del Consiglio?

Si. A norma dell’articolo 92 della Costituzione, il Presidente del Consiglio è scelto dal Presidente della Repubblica. La legge non prevede limitazioni su chi possa svolgere l’incarico.

In ogni caso, il primo Presidente del Consiglio non parlamentare fu Carlo Azeglio Ciampi, nel 1993.

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Milan l’è un grand Milan

Ho 30 anni e sono a Milano dal 2002, me ne sono andato dalla mia terra, la Sardegna, a poco meno di 19 anni, per studiare, dopodiché mi ci sono fermato.

Per molti anni Milano non è stata accogliente, ma con un po’ di pazienza e tanta voglia di superare le difficoltà, mi ci sono adattato e ora mi sento un po’ parte di questa città che vorrebbe (dovrebbe?) essere una città dal respiro europeo e forse, dopotutto, già lo è.

Milano è stata per anni la capitale degli affari, una porta verso l’Europa e Capoluogo della Regione più ricca e prospera d’Italia. Non senza una punta d’orgoglio leggo spesso in giro che la Lombardia non ha nulla da invidiare alla Baviera, in termini di ricchezza prodotta e capacità di fare impresa. Eppure, Milano è una città vecchia, specchio di una Nazione che caccia i suoi talenti (e, a dire il vero, anche quelli che proprio talenti di prima grandezza non sono) e che perde in maniera preoccupante la sua capacità di rinnovarsi e di innovare.

La politica, come sempre, dovrebbe occuparsi del problema. Come far sì che Milano diventi una città attrattiva nel mondo? Come far sì che un trentenne decida, volontariamente e non perché costretto, di andare a vivere a Milano? Se si chiede ad un ragazzo italiano (lo dico meglio, nel campione rappresentato dalle mie conoscenze; sempre meglio non generalizzare) dove si immagina una vita prospera e felice, Milano non è nelle prime 5 città nominate.

Ragionevolmente Londra sarebbe al primo posto, seguita a rotazione da Parigi, Berlino, New York, San Francisco. Qualche anno fa Madrid e Barcellona attiravano orde di italiani, richiamati dalla movida e dalla possibilità di trovare un lavoro pagato dignitosamente. Ma Milano difficilmente veniva considerata un luogo dove fermarsi. Eppure, per decenni, Milano è stata considerata la capitale della moda e del design con una cintura suburbana profondamente laboriosa e operaia.

Un giorno, una persona a me molto cara, mi ha detto che le città vive, sono quelle in mano ai giovani; ora, non vorrei fare una crociata giovanilistica, visto che già è molto in voga, ma credo che, con alcune spiegazioni, questa affermazione sia profondamente vera.

Un primo aspetto che tengo a sottolineare è che, nel tempo dell’economia della conoscenza, è ragionevole supporre che la città dovrebbe attrarre i migliori talenti nel campo dei servizi avanzati che, quindi, richiedono studi avanzati e competenze di un certo tipo. Ma queste competenze, quand’anche ci sono, in Italia non vengono valorizzate. Per fare un esempio, una persona con una laurea specialistica in università anche prestigiose, a trent’anni è considerato poco più che un ragazzino, mentre magari ha un’esperienza pluriennale in campi anche piuttosto complessi. Con queste premesse è difficile che chi è ambizioso si sforzi di restare a meno che non decida di rischiare in un’impresa, ma non tutti sono e possono essere imprenditori.

Un secondo aspetto è legato ai servizi accessori che la città può offrire. Persone con alta formazione richiedono servizi di svago avanzati come cinema, teatri, mostre, luoghi di aggregazione, ma pure servizi alla persona di livello adeguato come asili, scuole dell’infanzia, assistenza sanitaria di prim’ordine e, possibilmente, con liste d’attesa limitate. Tutti servizi che, ovviamente, costano cari, ma che possono essere offerti con le adeguate economie di scala oltre che con un’attenta analisi dei bisogni. Se dal punto di vista dei servizi di svago Milano ha sicuramente una buona base (si potrebbe fare qualcosa, forse, per rivitalizzare i parchi e renderli un vero punto di ritrovo cittadino per esempio), sui servizi alla persona, il lavoro è lungo. Bisogna cominciare a considerare gli asili nido e le scuole dell’infanzia non come un lusso per ricchi, ma come una necessità per la classe media che non può permettersi di perdere una fonte di reddito per accudire il bambino (oltre al fatto che gli asili e le scuole materne stimolano la capacità di relazione del bambino, ma questo è secondario).

Un terzo aspetto che vorrei sottolineare è legato alla bellezza. Milano è una vecchia signora che custodisce gelosamente i suoi segreti, mentre il suo centro storico non ha nulla da invidiare a tante città nel mondo. Certo, non ci saranno i Fori Imperiali, ma l’area che va da Piazza San Babila fino a Brera è di una bellezza mozzafiato. L’area dei Navigli, se adeguatamente curata può rappresentare un altro polo della bellezza cittadina. E i parchi, da valorizzare e far vivere. E le aree universitarie, come la meravigliosa Università Statale di Via Festa del Perdono o l’area di Città Studi, con quell’enorme Piazza Leonardo da Vinci, il quartiere Isola o il Cenacolo e la Pietà Rondanini o la piccola perla di Santa Maria presso San Satiro, a due passi dal Duomo, solo per fare qualche esempio. Compito di un’amministrazione che volesse attirare turisti, lavoratori, ricchezza, dovrebbe essere quello di valorizzare le bellezze e far vivere la città; evitare che lavorino solo le aree della “movida” e con un solo modello di business che è quello della musica ad alto volume con i drink (in bicchieri di plastica, perché boh…).

Credo che si dovrebbero rivitalizzare le piazze, con artisti di strada, mostre, bancarelle, musica di strada e non necessariamente concerti a pagamento. Credo, insomma, che si dovrebbe sviluppare il concetto di “cultura diffusa”, anche tentando di promuovere la storia di Milano, hub italiano dei traffici transalpini (come mi ha spiegato un amico architetto e grande amante della montagna), medaglia d’oro della Resistenza, laboratorio economico e crogiuolo di facce.

Per fare un paragone azzardato, mi piace l’idea di Milano come la “New York italiana”. Una città che non ha paura di reinventarsi, rinnovarsi profondamente, che non ha paura del diverso e dell’altro da se, ma dove le culture convivono in armonia perché tanto, alla fine, l’obiettivo di tutti noi è uno soltanto ed è sempre lo stesso: sbarcare il lunario, in maniera più semplice e divertente possibile.

Ecco, io credo che ognuno di questi tasselli possa rendere Milano attraente per chiunque e aiutare questa città a risvegliarsi e diventare nuovamente il riferimento mondiale per tanti e locomotiva per la ripresa economica e sociale del nostro Paese.

La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile

Sotto, riporto alcune mail (ho tolto i riferimenti personali, per motivi di privacy) che ho ricevuto all’interno di una mailing list a cui sono iscritto da tempo e che non ho mai disdetto. D’accordo che i giornali scrivono quello che vogliono, ma è anche vero che certi nomi non sono mai stati smentiti da nessuno. Però è anche vero che è opinione diffusa che Rodotà, il PD, non lo voterà. E, francamente, non capisco perché, benché anche io ho questo timore. Spero di sbagliare.

Abbiamo bisogno di rinnovamento, di speranze nuove e di poter credere che gli interessi di bottega non sono la preoccupazione principale.

Abbiamo bisogno di credere in qualcosa di positivo, non solo che il più pulito in Parlamento ha la rogna.

Abbiamo bisogno di riconciliarci l’uno con l’altro e un Presidente della Repubblica veramente terzo può essere la soluzione.

A me non importa se Rodotà è stato scelto da Grillo, da 2 militanti in croce o da 50.000 persone con una procedura on-line. Rodotà è una persona degna, preparata, integerrima. Per due mesi si è chiesto a Grillo un nome. L’ha fatto. Ora dimostriamo che si può dialogare. Che non era solo un bluff.

Ecco le mail:

“Penso che il Pd non voterà Rodotà,se così fosse sarebbe l’inizio di un cambiamentoche francamente non noto.”

“Il PD a furia di mazzate sulle palle si è incattivito, abbracciando la destra. Lasciamolo al suo destino, ciò che conta è che sia chiara a tutti la sua vera natura. Rodotà è la sua ultima occasione ed è prevedibile che la sprecherà.”
“Notizia di poco fa.
Marini, D’Alema e Amato… Dopo vent’anni di Berlusconi questo è il meglio che il PD sa esprimere. Non fini giuristi esperti della Costituzione (come Rodotà o Zagrebelsky), ma mediatori politici (e salvacondotto per l’incolumità del priapo di Arcore) che poco o nulla faranno per garantirne il reale rispetto, al pari del loro predecessore.
La conservazione più bieca, insomma, altro che cambiamento!”

Restaurazione

Il Presidente Napolitano, ieri, ha nominato due gruppi ristretti di “saggi” per formulare delle raccomandazioni per delle riforme istituzionali e per le questioni economiche e sociali.

Il gruppo per le riforme è così composto:

Valerio onidaGiudice Costituzionale dal 1996; Presidente Corte Costituzionale nel 2005, candidato alle primarie sindaco per il Comune di Milano.

Mario Mauro: laureato in filosofia alla Cattolica di Milano, membro di Comunione e Liberazione. Parlamentare Europeo Forza Italia 1999-2013; passa a Scelta Civica (il partito di Mario Monti) nel gennaio 2013.

Gaetano Quagliarello: Laureato in Scienze Politiche. Inizia da radicale, diventandone anche vice-segretario. Si batté per le campagne referendarie su aborto, nucleare ecaccia oltre che per il testamento biologico. Venne arrestato assieme a Rutelli durante una manifestazione antinuclearista a La Maddalena, in Sardegna. Passa a Forza Italia nel 1994 e si batte per tenere in vita Eluana Englaro con la famosa frase: “Eluana non è morta, è stata ammazzata”.

Luciano Violante: da Wikipedia: “Sempre molto pacato nei toni viene, da molti, considerato il ponte di collegamento per le questioni sulla giustizia tra il Pd e il Pdl, tanto da essere l’unico esponente del centro-sinistra a essere stato invitato alla Festa delle Libertà di Milano nel 2008. Ha suscitato scalpore sul web un suo discorso alla Camera dei Deputati risalente al 2003 in cui critica l’avvilimento del parlamento dovuto all’assenza di discontinuità tra governo e gruppi parlamentari. In tale discorso Violante difende il suo partito dall’accusa di totalitarismo ricordando che i Democratici di Sinistra non impedirono l’eleggibilità di Silvio Berlusconi (nonostante il conflitto d’interesse) né attuarono leggi contro Mediaset”.

In sostanza, un Presidente Emerito della Corte Costituzionale dall’indiscussa credibilità, un uomo di Berlusconi ex radicale, un ex uomo di Berlusconi appena passato a Monti e un uomo PD che dichiarò in Parlamento che non sono mai stati toccati gli interessi di Berlusconi.
La restaurazione non poteva essere più sfacciata.

Onida dovrà evitare che il salvacondotto per Berlusconi sia troppo esplicito?

Poi dice che il Movimento 5 stelle guadagna consensi. Ho sempre stimato Napolitano e continuo a farlo, in fondo, ma queste nomine sono il modo migliore per allontanare quei 4 cittadini che ancora si fidano della Politica.

#primarieparlamentari

La democrazia è la peggior forma di governo, ad eccezione di tutte le altre.

È importante che ci riprendiamo la nostra sovranità. Svincolare il rapporto di fedeltà al partito e ricostruire il senso di lealtà verso i propri elettori è il primo passo per ricostruire l’Italia.

Per farlo, però, il tempo è poco e in ogni caso, anche se saranno fatte, non saranno come uno se le sarebbe aspettate. Comunque, c’è una petizione per chiedere le Primarie per i parlamentari il 13 gennaio.

Firmiamola e diffondiamola.

Per una politica diversa

Questa fine di novembre, ci farà entrare nel vivo della campagna elettorale e, a questo proposito, volevo segnalare un sito potenzialmente molto prezioso per orientarci in quello che diventerà lo sport nazionale di tutti i politici: lo sparar balle.

http://pagellapolitica.it/

Su questo sito, primo in Italia per quanto mi risulta, vengono analizzate le affermazioni dei politici e, dati alla mano, si valuta la loro veridicità; quello che gli anglosassoni chiamano il fact checking e di cui abbiamo profondo bisogno in Italia.

E’ solo il primo passo per avere una politica pulita e potersi concentrare su quel che i politici dicono visto che, lasciatemelo dire, è sempre complicato decodificare il messaggio profondo. Almeno che i dati siano corretti.

Sarà comunque dura, ma io credo che possiamo ritornare a fidarci della politica. Certo, se non cominciamo a puntare con attenzione gli occhi facendo domande e pretendendo le risposte, le cose non miglioreranno mai da sole perché, per riprendere uno slogan molto efficace di MTV, se non ti occupi della politica, la politica si non si occuperà di te.

Per la Lombardia, io un nome ce l’avrei.

A pochi giorni dalla condanna di Berlusconi a 4 anni per una questione di irregolarità nella compravendita di diritti televisivi, sempre a pochi giorni dall’arresto del quinto consigliere della Giunta della Regione Lombardia e il giorno prima delle elezioni in Sicilia, facevo alcune riflessioni sulla nostra classe politica. Continua a leggere