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#coglionino: perché la creatività aiuta a vivere meglio

Segnaletica metropolitana New York, anche questa è creatività

Segnaletica metropolitana New York, anche questa è creatività

In questi giorni, discutendo con Silvia, è venuto fuori un aspetto della faccenda di #coglioniNO che mi pare che sia stato sottovalutato. Per questo le ho chiesto di scrivere un post, che ritengo molto interessante e che riporto, con gratitudine, qui di seguito:

In questi giorni c’è una discussione che rimbalza tra i post di amici e conoscenti sul video #coglionino.

Che il video abbia un sottotetto promozionale, siamo tutti d’accordo, così come siamo d’accordo che abbia interpretato in maniera molto furba un malessere di categoria assai diffuso.

Vero è che chi fa un “mestiere creativo” più volte si è trovato  in situazioni analoghe, ed il malessere diffuso può essere assai comprensibile. Clients form hell può dare qualche idea.

C’è poi da dire che in questo particolare momento storico in Italia il malessere non è di categoria, ma generazionale: non si sa bene perché chi si inserisce nel mondo del lavoro, in svariati ambiti, debba avere il privilegio di fare volontariato.

Siamo tutti molto nobili d’animo, sicuramente, ma forse la vocazione al mantenimento del parco auto aziendali della dirigenza non ce l’eravamo immaginata come opera pia di carità.
Questo però è un altro discorso, che andrebbe affrontato con meno superficialità, da persone sicuramente più competenti della sottoscritta. Perché io di mestiere faccio un lavoro “creativo” e la cosa che più mi ha turbato della bagarre di questi giorni è l’accanimento contro chi ha scelto la creatività e la progettualità come mestiere.

Prendo spunto da uno dei vari pezzi pubblicati in tal senso per articolare il mio pensiero.

Il presupposto di base di tutto l’articolo è che il creativo sia un fighetto figlio di papà che ha fatto la scuola privata pensando di poter fare il fancazzista artistoide strapagato campando di disegnetti.

Ecco, io ho studiato al politecnico di milano, università pubblica con borse di studio per merito, che mi ha permesso di laurearmi senza spendere un capitale.

Al politecnico si cresce all’ombra dei grandi nomi del design italiano, persone come Bruno Munari, che avevano della creatività e della progettazione un’idea ben diversa rispetto a quello che ne esce nei post più o meno superficiali di questi giorni.

L’idea che accompagnava il lavoro di questi signori, signori veri, e che cerco di tenere sempre bene a mente, è l’utilità sociale della progettazione, la possibilità di rendere più facile la vita delle persone con segnaletiche leggibili e usabili, packaging comprensibili, collane editoriali belle e fruibili, ma alla portata di tutti. Un’intenzione nobile, vissuta con umiltà e senso del dovere nei confronti della società civile per cui stavano lavorando.

Io ho avuto la fortuna di conoscerne uno, ai tempi dell’università: Bob Noorda, autore delle segnaletiche metropolitane di mezzo mondo, che veniva a farci revisione sempre col sorriso sulle labbra, cercando un dialogo costruttivo e mai impositivo rispetto ai nostri progetti acerbi e sicuramente non con l’atteggiamento trombone di certi post che si leggono in giro.

Oggi io progetto interfacce digitali, proprio quelle di cui si servono ai tromboni di cui sopra per pubblicare i loro articoli infuocati.

il mio è un mestiere “creativo”, ma non credo di dover dimostrare il mio merito, e quindi il mio diritto ad una retribuzione, con idee eclatanti e “virali”. Mi basta il fatto che loro pubblichino i loro articoli: il mio mestiere l’ho fatto bene, anche se loro non se ne sono accorti, e pensano che dovrei campare di volontariato e “idee geniali”.

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