L’Italia è il Paese che amo, ma più di quell’altro.

Prendo spunto dall’articolo “Il capitalismo italiano che affonda nella globalizzazione“, comparso sul sito “imille.org” per alcune considerazioni generali sul nostro capitalismo.

In questo articolo, vengono portati ad esempio del fallimento del nostro capitalismo tre realtà, un tempo eccellenza italiana nel mondo, ora in grandissima difficoltà: la Bialetti, il distretto del tessile di Prato e la Fiat. 

Le prime due esperienze hanno in comune il basso valore aggiunto che incorpora il loro prodotto. Una caffettiera, per quanto bene possa essere fatta, è uno stampo di metallo, si può innovare con il design, ma il principio di funzionamento non è complicato. Infatti, gli stabilimenti Bialetti, in Italia, hanno chiuso. Troppo costoso continuare a produrre in Italia. Così come il distretto del tessile di Prato. Ad eccezione del tessile di lusso e poche altre lavorazioni, questo è un settore in cui non vi è un grande apporto di valore dalle lavorazioni.

Il punto che voglio cercare di mettere in evidenza è che la crisi feroce che colpisce l’Italia, azzanna per prime le produzioni che non hanno bisogno di competenze di eccellenza e di studi ingegneristici o di lavorazioni con apporto tecnologico significativo.

Caso a parte, invece, la Fiat. L’automotive è un settore in cui il valore aggiunto per prodotto è notevole, ma in questo caso, per mantenere una leadership di settore è fondamentale investire in innovazione, tanto di prodotto, quanto di processo. Fiat, negli ultimi anni, ha sicuramente investito in innovazioni di processo – basti pensare agli investimenti per il nuovo stabilimento di Pomigliano – ma è rimasta invischiata nella crisi perché il mercato di riferimento italiano si è contratto enormemente e perché di innovazione di prodotto non si parla da anni. Ha acquistato Chrysler, certo, ma di nuove auto non se ne vedono. Si sente spesso dire dell’enorme eccesso di capacità produttiva europea nell’auto, ma i tedeschi non sembrano avere questi problemi. Per anni hanno investito sui loro marchi, sulla qualità del prodotto, sulla tecnologia e Volkswagen si avvia a diventare il primo produttore di auto al mondo.

Questa lunga premessa, per dire che l’Italia ha subito la globalizzazione, perdendo quote di mercato in settori che per decenni ne hanno garantito la prosperità. La strada da intraprendere, credo, dev’essere quella dell’innovazione. Però per farlo servono degli imprenditori che rischino. Ma perché possano rischiare, ci devono essere le condizioni. In Italia, abbiamo una burocrazia oppressiva e sclerotica, che fa impazzire qualunque persona di buona volontà oltre che portare corruzione, infrastrutture inadeguate – a sud di Roma di treni non se ne parla quasi, la Salerno-Reggio Calabria è una barzelletta -, abbiamo la criminalità organizzata che spadroneggia.

Come se non bastasse, il merito non esiste (mi piacerebbe farci un post. Studierò per questo, promesso), i giovani sono costretti a stare in casa dei genitori per mancanza di opportunità e di sistemi decenti di sostegno al reddito.

Mi piacerebbe avere delle soluzioni, ma è complesso. Poi la voglia passa leggendo le interviste che i leader di “sinistra” rilasciano ai quotidiani. Un ottimo esempio di quello che non capisco è questo.

Spero di non avervi ingastrito troppo. Spero che qualcuno abbia delle soluzioni ragionevoli. Il futuro è nelle nostre mani, dobbiamo avere il coraggio di affrontarlo. Insieme possiamo. Mi piacerebbe sentire qualche idea in merito.

Giaimeddu

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2 pensieri su “L’Italia è il Paese che amo, ma più di quell’altro.

  1. Silvia

    Quello che secondo me però manca, oltre al rischio imprenditoriale è una visione che pensi, oltre che all’arricchirsi, all’arricchire la società in cui si vive.
    Tutta l’innovazione degli anni 60/70, per esempio nel design, è stata fatta con l’idea di migliorare la vita di tutti, forse prima ancora che di arricchirsi. Le sfide progettuali nascevano dall’esigenza di rendere bello e accessibile qualcosa di poco funzionale o elitario. Penso ai moduli di arredamento di Munari o allo stesso Olivetti che hai già citato.
    Ecco, io questo senso di responsabilità imprenditoriale nei confronti della comunità in cui si vive non lo vedo più in Italia, ma fors ela mia è una visione troppo romantica o utopica della società in cui mi piacerebbe vivere.

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    1. giaimeddu Autore articolo

      Silvia, grazie per il tuo intervento.
      Si, nel post mancano tante cose, di cui, spero, ci sarà tempo di scrivere.
      Le sfide imprenditoriali del dopoguerra erano certamente diverse da quelle attuali. Eravamo in un periodo entusiasmante per tutti. Per la prima volta dopo secoli l’Italia si arricchiva, c’era il mito del progresso e della ricchezza per tutti (cosa che per inciso Pasolini criticava). E comunque quella di Olivetti è rimasta una eccezione anche in Italia. Il 68 è stato un anno di grandi sconvolgimenti politici e sociali. Ma è indubbio che la prospettiva di migliorare la propria condizione era concreta. Nel ’70 abbiamo avuto lo statuto dei lavoratori, nel ’75 l’Italia ha dato vita al G7 con altri Paesi.
      Ma concordo con il fatto che ci debba essere più responsabilità sociale nell’impresa. Anche se questo, più che compito dell’imprenditore (che può sempre essere illuminato, per carità), deve essere compito della Politica. Non possiamo lasciare un aspetto cruciale della vita dei cittadini nelle mani di un “despota illuminato” se mi passi il paragone. Ci devono essere delle regole e delle attività per cui convenga essere responsabili. Purtroppo l’economia si basa su incentivi e opportunità. Se è conveniente sfruttare i lavoratori sarà fatto. Se è conveniente trovare relazioni civili, sarà fatto. Non è tutto ovviamente così matematico, ma credo che il concetto sia quello.

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