L’Italia e il puntare a campare

Prendo spunto da questo articolo di Michele Salvati, apparso sul Corriere della Sera del 15 luglio e rilanciato dal Post, vorrei fare alcune considerazioni.

Salvati sostiene che l’Italia, al momento, abbia 2 sole alternative: la catastrofe che seguirebbe all’uscita dall’Euro o una lunga stagnazione.

Aggiunge anche che l’Italia non è sola in questa scelta e che anzi, se anche le nostre azioni fossero coerenti con un percorso di ripresa, questo potrebbe non bastare e che perciò la politica italiana dovrebbe scegliere tra un male ed un altro minore. 

Sono totalmente d’accordo con la premessa dell’articolo. In questo momento storico dobbiamo le nostre opzioni sono comunque peggiorative della nostra situazione e questo dobbiamo capirlo. Sono finiti, almeno per un po’ (difficile stabilire quanto a lungo), i tempi in cui ci si poteva indebitare per garantire servizi decenti ai cittadini. E’ drammatico, me ne rendo conto, ma dobbiamo imparare a convivere con questa situazione.

Ma è il seguito dell’articolo che mi lascia perplesso: Salvati sostiene che l’unica strada percorribile, sia quella in cui Mario Monti continua a fare il Presidente del Consiglio, sostenuto da una maggioranza stabile e coerente e conclude sostenendo che con l’attuale legge elettorale e con l’attuale offerta politica questo scenario è poco probabile, anche perché i due schieramenti attualmente alleati (PD e PDL) sono profondamente divisi al loro interno sul da farsi: sostenere Monti anche nella prossima legislatura o farlo cadere ora e andare a elezioni in autunno?

Su questo ho delle perplessità: è vero che il Governo di Monti ha portato una certa stabilità nei mercati internazionali (anche se in condizioni sempre molto critiche) e che sono state approvate delle riforme, seppur ampiamente criticabili, comunque richieste da tempo da organismi internazionali. Ma il semplice sperare di continuare con questo percorso, che ha messo l’economia come unico punto all’ordine del giorno, mi pare quantomeno riduttivo.

Il Governo in carica si è preso la responsabilità di tranquillizzare i mercati con interventi molto duri che hanno, nel breve, reso ancora più difficili le cose ai cittadini. Ma è anche vero che un Governo di una nazione tra le 10 più industrializzate al mondo non può essere confinato al governo dell’economia. Specie con gli enormi problemi e storture che ci portiamo appresso da decenni. Penso per esempio alle libertà digitali, all’importanza di garantire l’accesso alla rete a fette sempre più ampie di cittadini per permettere loro di avere una visione del mondo più completa e permettergli di avere opinioni più strutturate. Penso all’importante tema dei diritti civili, a quello degli immigrati di seconda generazione (per la verità anche di prima generazione) o a quello dei diritti umani (ricordo che l’Italia non prevede il reato di tortura, nonostante si sia impegnata a farlo nel 1987).

Poi rimane certamente un enorme tema legato all’economia di questo Paese, ma non può essere circoscritto alla mera gestione dell’emergenza attuale. Ci vuole un idea di Paese, un progetto di medio periodo che deve permettere di indirizzare le pochissime risorse disponibili verso quell’obiettivo. Bisogna insistere sull’industria, far nascere in Italia imprese che generano grande valore aggiunto -penso all’high tech, che ci siamo fatti scappare abbandonando la Olivetti per esempio – investire sull’indipendenza energetica, far nascere un indotto per servire questi poli industriali. Forse non basterebbe per farci rinascere, ma almeno darebbe un idea di dove vogliamo andare, coinvolgendo le persone in questo percorso.

Forse di questo ci sarebbe bisogno e credo, spero, che un progetto come questo possa darci una terza via oltre alla catastrofe o al ristagno, che è quella di un nuovo modello di crescita, attento ai diritti delle persone e dell’ambiente. Niente di nuovo per carità, ma almeno non si tratta della legge elettorale. Anche perché, credo veramente che ci sarebbe il modo per renderla meno indigesta anche se non si riuscisse a cambiarla. Per esempio con le primarie per i parlamentari. Ma questo è un altro discorso.

My 2 cents,

Giaimeddu

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